Panoramica dei mercati finanziari
Tabella delle fluttuazioni dei principali indici azionari
I rendimenti degli asset sotto rappresentati tengono conto del cambio valutario in €, in maniera tale che tutte le performance siano equamente rapportabili.
Tabella delle fluttuazioni dei principali asset non azionari
I rendimenti delle materie prime e delle cripto sotto rappresentati tengono conto del cambio valutario in €, in maniera tale che tutte le performance siano equamente rapportabili.
Outlook di gennaio
La cattura di Maduro in Venezuela e le implicazioni petrolifere ➡️
All’inizio di gennaio, un’operazione lampo degli Stati Uniti ha catturato il presidente venezuelano Nicolás Maduro, segnando un drastico cambio di potere a Caracas. Trump ha dichiarato che “le compagnie americane spenderanno miliardi per ricostruire le infrastrutture fatiscenti del Venezuela”, alimentando ottimismo tra i titoli petroliferi statunitensi. Mentre il mondo restava sorpreso da questa mossa audace, condannata da alleati di Maduro ma accolta con sollievo dall’opposizione, a Caracas la vicepresidente Delcy Rodríguez veniva insediata come presidente ad interim con l’avallo di Washington.
Invece di consegnare il paese ai leader dell’opposizione, l’amministrazione Trump ha scelto un approccio pragmatico: lavorare con Rodríguez (tradizionalmente alleata di Maduro) per garantire stabilità e allineare il Venezuela agli interessi degli Stati Uniti. Ciò ha implicato mantenere al loro posto molti funzionari chavisti, alternando retorica di sfida ad aperture verso Washington. Intanto Maduro, estradato a New York per affrontare accuse di narcotraffico, ha protestato definendo la sua cattura un “rapimento” in tribunale, ma senza smuovere la determinazione dell’amministrazione Trump. Nei giorni successivi, l’attenzione si è spostata sul futuro dell’industria petrolifera venezuelana, che vanta le maggiori riserve al mondo ma era strozzata da anni di sanzioni e sottoinvestimenti. Già entro metà mese, Washington ha orchestrato una rapida riapertura dei canali di export: i colossi del trading Vitol e Trafigura hanno ottenuto licenze speciali per movimentare i primi carichi di greggio venezuelano bloccati nei porti. Queste società, dotate di flotte e reti logistiche globali, si sono mosse “a velocità record” per far ripartire l’export, assicurando afflussi di cassa immediati al governo di emergenza di Rodríguez. In parallelo, Trump ha convocato i vertici delle grandi compagnie energetiche alla Casa Bianca (includendo giganti come Exxon, Chevron e ConocoPhillips) per pianificare investimenti colossali fino a 100 miliardi di dollari nel settore venezuelano.
“Le compagnie americane avranno l’opportunità di ricostruire l’infrastruttura energetica marcia del Venezuela e di aumentarne la produzione petrolifera a livelli mai visti prima”, ha proclamato Trump, presentando il suo piano con enfasi.
Malgrado l’entusiasmo presidenziale, diversi dirigenti si sono mostrati cauti: Darren Woods, AD di ExxonMobil, ha definito il paese “uninvestable” finché non si vedranno cambiamenti sostanziali, ricordando che “i nostri asset lì sono stati espropriati due volte”. Ciononostante, Chevron, l’unica major USA già operativa in Venezuela, si è detta pronta ad aumentare l’impegno. Sul fronte geopolitico, l’uscita di scena di Maduro e l’influenza americana in Venezuela hanno messo in allerta Paesi come Russia e Cina, da anni presenti nel settore energetico locale. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha rassicurato il Congresso che “non prevediamo di dover intraprendere ulteriori azioni militari in Venezuela”, segno che Washington punta ora alla stabilizzazione economica più che all’uso della forza.
In effetti, a fine gennaio gli Stati Uniti hanno iniziato a ridisegnare le rotte globali del greggio: con Washington che controlla de facto il petrolio venezuelano, l’amministrazione Trump ha proposto all’India di sostituire parte del petrolio russo con forniture dal Venezuela sotto supervisione USA, un tassello della strategia per ridurre i fondi di Mosca durante la guerra in Ucraina. Il Tesoro americano ha emesso una licenza generale allargando le maglie delle sanzioni petrolifere: le compagnie statunitensi possono ora acquistare, trasportare e raffinare il greggio venezuelano senza incorrere in sanzioni, purché i proventi siano gestiti su conti controllati dagli USA. Questa mossa, definita da un analista “America First, gli altri chiedano poi”, esclude esplicitamente attori di Paesi rivali (Cina, Russia, Iran, Cuba) dal nuovo corso petrolifero venezuelano. In pratica, Washington vuole assicurarsi il controllo indefinito sulle vendite e le entrate del petrolio di Caracas, convogliandole in fondi che finanzino la ricostruzione e al tempo stesso tengano lontani i creditori internazionali.
Il Parlamento venezuelano, dal canto suo, ha approvato in extremis una riforma della legge petrolifera che concede maggiore autonomia operativa alle imprese straniere. Ciò consentirà a partner come Chevron, ENI e Repsol, già presenti con crediti e progetti bloccati, di tornare in campo con meno vincoli, sebbene resti il nodo di come ripagare i debiti accumulati dal regime precedente.
Per gli investitori globali, l’“effetto Venezuela” di gennaio 2026 è stato duplice: nell’immediato, un lieve rincaro del petrolio e qualche scossone nei mercati emergenti; nel medio termine, la prospettiva di un Venezuela reintegrato nei flussi energetici mondiali, capace forse di aumentare la produzione (oggi stagnante attorno a poche centinaia di migliaia di barili al giorno) ma solo dopo ingenti investimenti e stabilità politica. La scommessa di Trump è di lungo periodo: puntare sulle immense riserve venezuelane come hedge per quando lo shale oil statunitense rallenterà. Gli operatori più accorti sanno che riportare il greggio venezuelano ai fasti di un tempo sarà un percorso graduale ma se anche solo una parte del piano da 100 miliardi di dollari andasse in porto, le Major occidentali avrebbero riconquistato un Eldorado energetico, con implicazioni che vanno dall’equilibrio nell’OPEC+ alla competizione con la Russia sui mercati asiatici.
Le pretese di Donald sulla Groenlandia tra basi militari e terre rare ➡️
La seconda settimana di gennaio ha visto riesplodere la questione Groenlandia, con il presidente deciso a rivendicare a tutti i costi la grande isola artica. Dopo anni di esternazioni sul tema, Trump ha alzato il tiro minacciando apertamente misure punitive verso gli alleati europei: “Faremo qualcosa sulla Groenlandia, che a loro piaccia o no”, ha dichiarato, lasciando intendere di essere pronto anche alle maniere forti. Il 17 gennaio, in un post al vetriolo su Truth Social, il presidente ha annunciato nuovi dazi del 10% su importazioni da otto nazioni europee, tra cui Danimarca (di cui la Groenlandia fa parte), Regno Unito, Germania e Francia, a partire dal 1° febbraio, dazi destinati a salire al 25% da giugno se Copenhagen non avesse accettato di “vendere completamente e totalmente la Groenlandia” agli Stati Uniti. Questa tattica muscolare ha innescato un’immediata crisi diplomatica transatlantica. I Paesi chiamati in causa hanno reagito compatti in sostegno della Danimarca, respingendo quella che il premier britannico Keir Starmer ha definito “una minaccia completamente sbagliata”: “imporre tariffe agli alleati per una questione di sicurezza collettiva NATO è del tutto inaccettabile”. Anche l’Unione Europea, per voce dei suoi presidenti Ursula von der Leyen e António Costa, ha espresso “piena solidarietà” a Danimarca e Groenlandia, avvertendo che “tali dazi minano le relazioni transatlantiche e rischiano una pericolosa spirale al ribasso”.
Sul terreno, intanto, la tensione saliva: su invito di Copenhagen, piccole unità militari di vari Paesi NATO (compresa la Gran Bretagna) hanno effettuato missioni di ricognizione in Groenlandia come parte dell’esercitazione Arctic Endurance, ufficialmente per rafforzare la sorveglianza artica di fronte alle mire russe e cinesi. Trump ha denunciato la presenza di queste truppe alleate come “un gioco pericolosissimo” che metterebbe a rischio “sicurezza e sopravvivenza del pianeta”, retorica iperbolica che molti in Europa hanno interpretato come un pretesto per giustificare eventuali azioni unilaterali USA. A Nuuk, capitale groenlandese, e in Danimarca, si sono svolte manifestazioni con striscioni “Greenland is not for sale”, rivendicando il diritto dei groenlandesi a decidere il proprio futuro senza pressioni straniere. Leader sia groenlandesi sia danesi hanno ripetuto che l’isola “non è in vendita” e che nemmeno la prospettiva di diventare uno stato americano associato è benvista dalla stragrande maggioranza della popolazione.
Il conflitto aperto tra Trump e i suoi alleati ha toccato il punto più delicato quando è emersa l’ipotesi di un’annessione forzata: il presidente USA non ha escluso explicitis verbis l’uso della forza militare, alimentando timori di uno scenario senza precedenti in ambito NATO. Diverse cancellerie europee hanno avvertito che un takeover militare di un territorio di un membro NATO potrebbe far collassare l’Alleanza, uno scenario da incubo per la sicurezza occidentale. Mentre i toni salivano, l’UE ha iniziato a preparare contromisure: da un vertice d’emergenza dei 27 è trapelata la minaccia di ritorsioni commerciali coordinate se Trump avesse davvero attivato i dazi su larga scala.
Fortunatamente, il braccio di ferro ha imboccato una via diplomatica nell’ultima decade di gennaio. Durante il World Economic Forum di Davos, Trump ha fatto marcia indietro parziale, complice anche la pressione congiunta di NATO e UE. Il 21 gennaio ha assicurato di “non voler usare la forza” per acquisire la Groenlandia, pur ribadendo con il consueto sarcasmo: “Chiediamo solo un posto che si chiama Groenlandia. Potete dirci di sì, e ve ne saremo grati, oppure di no, e ce ne ricorderemo”. In parallelo, in un incontro a Davos con il Segretario Generale della NATO (l’olandese Mark Rutte), Trump ha trovato una soluzione di compromesso. Il giorno 22 ha annunciato di aver raggiunto un “framework di accordo” tramite la NATO che garantirebbe agli Stati Uniti un “accesso totale e permanente” alla Groenlandia, senza intaccarne formalmente la sovranità. La svolta ha permesso alla Casa Bianca di revocare immediatamente i dazi minacciati verso l’Europa, scongiurando sul filo di lana l’escalation commerciale.
Dagli USA filtra che l’accordo in cantiere potrebbe aggiornare il Trattato difensivo USA-Danimarca del 1951, che già regola la presenza militare americana nell’isola (come la base aerea di Thule). In cambio del ritiro delle tariffe, la NATO sotto guida USA prevede di rafforzare la sicurezza artica: Rutte ha parlato di un potenziamento della difesa nel Nord “già entro il 2026”, che includerà probabilmente più esercitazioni congiunte e investimenti in infrastrutture militari in Groenlandia. Un’indiscrezione cita anche un punto caro a Washington: il bando a nuovi investimenti cinesi e russi in Groenlandia, soprattutto nel settore minerario-strategico, per blindare l’isola dall’influenza di potenze rivali.
Sul piano economico e geopolitico, restano aperte domande importanti. La Groenlandia è ricca di terre rare e minerali critici (elementi strategici per tecnologia e difesa), e la sua importanza è aumentata via via che il cambiamento climatico scioglie i ghiacci, rendendo più accessibili giacimenti e rotte artiche. Trump ha sempre sottolineato questo aspetto, dipingendo la Danimarca come incapace di sfruttare o difendere adeguatamente l’isola da Russia e Cina. Ora, con l’ombrello NATO rafforzato e un possibile accordo di “accesso” permanente, gli investitori intravedono opportunità ma anche rischi: aziende minerarie occidentali potrebbero ottenere concessioni in Groenlandia (finora alcune erano in joint venture con cinesi, ora banditi), ma qualunque progetto dovrà fare i conti con la forte sensibilità ambientale locale ed europea. Il fragile ecosistema artico e il patrimonio glaciale groenlandese, cruciale per il clima globale, restano sotto i riflettori.
L’UE, oltre che per ragioni geopolitiche, aveva espresso preoccupazione che una corsa incontrollata alle risorse della Groenlandia potesse calpestare gli impegni climatici. In sede NATO, i Paesi nordici hanno spinto affinché ogni piano tenga conto anche della tutela ambientale nell’Artico, onde evitare che la distensione di fine mese sia solo temporanea.
La nomina di Kevin Warsh come nuovo presidente della FED ➡️
La fine di gennaio ha portato un cambio della guardia ai vertici della Federal Reserve statunitense. Il mandato del presidente Jerome Powell scade a inizio maggio, e molti investitori si aspettavano che Donald Trump, da sempre critico feroce di Powell, avrebbe scelto un successore più accomodante verso la Casa Bianca. Le settimane precedenti erano state tese: il Dipartimento di Giustizia di Trump ha persino aperto un’indagine nei confronti di Powell (ufficialmente su spese di ristrutturazione della sede Fed), mossa che Powell ha bollato come “un pretesto per piegare la banca centrale ai voleri del presidente”.
La comunità finanziaria e gli stessi banchieri centrali mondiali hanno reagito con insolita franchezza, schierandosi a difesa di Powell e dell’indipendenza della Fed. Questo contesto ha fatto da preludio alla nomina, il 30 gennaio, di Kevin Warsh come nuovo presidente della Federal Reserve. Warsh, 55 anni, è un ex governatore Fed (in carica dal 2006 al 2011) noto in passato per posizioni da “falco” anti-inflazione, ma considerato vicino all’entourage repubblicano.
“Lo conosco da molto tempo e non ho dubbi che passerà alla storia come uno dei GRANDI presidenti della Fed, forse il migliore”, ha esagerato Trump presentando Warsh su X (Twitter). Dietro le quinte, si è saputo poi, diversi sponsor hanno fatto lobby per lui: il suocero miliardario Ron Lauder (magnate e sostenitore di Trump) e l’investitore Stanley Druckenmiller hanno spinto la sua candidatura. La scelta Warsh è stata accolta con sentimenti misti.
Da un lato, veniva scongiurato lo scenario peggiore temuto da alcuni analisti, ovvero la nomina di un fedele senza esperienza (un “yes-man” politico che avrebbe minato la credibilità della Fed). Warsh infatti ha un pedigree di tutto rispetto: laurea in legge, anni a Wall Street e in passato consigliere durante la crisi del 2008 (fungeva da raccordo tra la Fed di Bernanke e i mercati). Dall’altro lato, però, proprio la recente vicinanza di Warsh alle posizioni di Trump ha sollevato interrogativi. Fino a qualche anno fa Warsh criticava la Fed per le politiche troppo espansive, invocando tassi più alti e un ridimensionamento del bilancio. Eppure, negli ultimi mesi egli stesso ha dichiarato che “Trump fa bene a premere per tagli dei tassi”, segno di un possibile allineamento con la Casa Bianca.
La domanda chiave per investitori ed economisti è infatti: Warsh riuscirà a mantenere l’indipendenza della Fed o cederà alle pressioni politiche per abbassare aggressivamente il costo del denaro?
Sulla scia dell’annuncio il brusco rafforzamento del biglietto verde e la prospettiva di una Fed meno accomodante hanno innescato forti prese di profitto sui metalli preziosi, provocando vendite marcate nel settore minerario aurifero. Anche sul mercato obbligazionario si è assistito a un rialzo dei rendimenti a lungo termine (a fronte di tassi a breve relativamente stabili), segnale che il mercato sconta aspettative di politica monetaria leggermente meno espansiva in futuro. Lo stesso Warsh ha parlato di “regime change” nella strategia della banca centrale, impegnandosi a ridurre l’attivo di bilancio e a rivedere i modelli economici impiegati dalla Fed. Ha anche suggerito che l’attuale boom di produttività trainato dall’AI manterrà bassa l’inflazione, creando margine per una politica più accomodante senza alimentare pressioni sui prezzi. Questa rinnovata fiducia nell’indipendenza della banca centrale potrebbe mantenere più ancorate le aspettative di inflazione e sostenere la stabilità del dollaro nel breve-medio periodo ma, a nostro avviso, difficilmente nel lungo.
Ritracciamento record per oro e argento ➡️
Il rally dei metalli preziosi è proseguito impetuoso per gran parte di gennaio 2026, alimentato dal cosiddetto “debasement trade”. In un contesto di crescenti timori di svalutazione monetaria e eccessi fiscali, molti investitori hanno ritirato capitali da valute e bond sovrani per rifugiarsi in oro e affini. Il risultato è stato un’ascesa vertiginosa: l’oro ha infranto per la prima volta la soglia psicologica dei 5.000 $ l’oncia, fino a toccare massimi storici sopra 5.500 $. Anche l’argento ha corso a ritmi senza precedenti, superando i 120 $ l’oncia e mettendo a segno un balzo di oltre il 50% in poche settimane. Il rally è stato innescato da un mix di fattori: incertezza geopolitica ed economica, aspettative di tagli ai tassi negli USA e acquisti record delle banche centrali, il tutto amplificato da liquidità ridotta e da ondate speculative di fear of missing out.
In questo clima euforico, anche platino e palladio, mercati più piccoli ma molto esposti alle dinamiche speculative, hanno guadagnato terreno: il platino ha segnato un nuovo record oltre i 2.900 $, mentre il palladio si è spinto vicino ai 2.000 $, livelli che non vedeva da tempo. Tuttavia, negli ultimi giorni di gennaio la situazione si è ribaltata bruscamente, culminando in un crollo lampo da record. Il 29-30 gennaio, all’apice di un mercato surriscaldato e “sganciato dai fondamentali”, è bastata una scintilla per innescare prese di profitto a catena: la notizia della nomina d Kevin Warsh, noto “falco” monetario, alla guida della Fed ha innescato un rimbalzo del dollaro e fatto vacillare la fiducia negli stimoli monetari futuri.
Nel giro di poche ore gli investitori, diventati improvvisamente nervosi e fatto scattare un sell-off violentissimo. L’oro è precipitato di oltre il 10% in un solo giorno, il tonfo più pesante dal 1983, passando da oltre 5.500 $ a circa 4.800 $. L’argento ha subito una disfatta ancora più drammatica, crollando di oltre il 30%, il peggior calo giornaliero mai registrato per questo metallo, e precipitando da 121 $ a circa 77 $. Le ripercussioni si sono fatte sentire su tutto il comparto: il platino ha ceduto oltre il 19%, chiudendo il mese attorno ai 2.125 $ l’oncia, mentre il palladio è sceso del 15-16% a circa 1.680 $. In termini di capitalizzazione, il tracollo ha letteralmente bruciato quasi 8 trilioni dollari di valore in poche ore. Gennaio 2026 passerà agli annali come “il mese più volatile nella storia dei metalli preziosi”.
I veterani del settore sottolineano come questa correzione lampo, per quanto brutale, abbia riportato un po’ di equilibrio in mercati divenuti troppo one-way: è un promemoria che anche asset rifugio come oro e argento “non salgono per sempre” e restano soggetti a oscillazioni violente quando si accumula troppa leva o euforia. Va notato, infine, che nonostante il crash di fine mese, i bilanci di gennaio restano positivi: l’oro ha chiuso gennaio con un guadagno intorno al +13% mensile (sesto mese consecutivo di rialzo) e l’argento di circa il +17%. In altre parole, gran parte dell’exploit di inizio mese è sopravvissuto alla débâcle, a conferma di quanto eccezionale fosse stato il rally pre-crollo. Il dubbio ora è se lo storno abbia “sgonfiato” abbastanza la bolla da riportare il mercato su basi più solide o se permanga volatilità elevata in attesa delle prossime mosse delle banche centrali.
Bitcoin ha fallito? ➡️
Mentre oro e argento vivevano montagne russe da capogiro, il comparto crypto ha continuato a faticare in un trend discendente per tutto gennaio 2026. Bitcoin, partito a inizio mese intorno ai 95 mila dollari, ha progressivamente ceduto terreno fino a scivolare sui minimi di periodo nell’ultima settimana di gennaio. Complice l’avversione al rischio tornata a serpeggiare sui mercati, la criptovaluta regina è caduta a circa 79 mila $ sul finire del mese, segnando il quarto mese consecutivo di calo, la striscia negativa più lunga in otto anni. A pesare è stato soprattutto il timore di una stretta monetaria negli Stati Uniti: le stesse notizie che hanno invertito il rally dell’oro (l’arrivo di Warsh alla Fed e la prospettiva di un ridimensionamento della liquidità) hanno colpito Bitcoin & co., storicamente beneficiari dei periodi di espansione di bilancio della Fed.
In parallelo, Ethereum ha seguito la scia ribassista senza riuscire a sganciarsi: a fine mese ETH galleggia sotto i 2.500 $, ben lontano dai picchi precedenti, consolidando un quadro di debolezza generalizzata tra gli asset digitali. Questo andamento deludente sta avvenendo nonostante il supporto ostinato di alcuni “bitcoin maximalist” di spicco. Michael Saylor, attraverso la sua azienda Strategy (ex MicroStrategy), ha continuato a comprare Bitcoin aggressivamente “sui dip”: tra il 12 e il 19 gennaio ha accumulato oltre 22.300 BTC aggiuntivi (per un controvalore di 2,13 miliardi di $), finanziando gli acquisti con nuove emissioni di azioni. Allo stesso tempo Tom Lee ha fatto lo stesso con Ethereum acquistando tramite la sua Bitmine e ribadendo target stellari per le criptovalute suggerendo che il mercato orso sia un’opportunità in vista di una prossima ondata di adozione istituzionale. Eppure, il mercato rimane scettico.
Questi continui acquisti e proclami ottimistici non bastano a invertire il sentiment, anzi alcuni osservatori temono possano risultare controproducenti: un’analisi Reuters nota che Saylor deve continuare a comprare per non inviare segnali di resa, dato che se rallentasse sarebbe come ammettere che persino il suo bilancio non regge più la pressione ribassista. In pratica la strategia “buy the dip” ad oltranza potrebbe aver perso capacità di stupire il mercato, ormai abituato ai blitz di Saylor e alle previsioni iper-bullish di Lee. La realtà di gennaio ha visto prevalere i fattori macro e la prudenza: i grandi investitori istituzionali sono rimasti alla finestra, e anche il retail appare meno propenso ad inseguire proclami, scottato dal tracollo del 2025.
Parallelamente, si è acceso il dibattito su una possibile rotazione dei capitali dai metalli preziosi alle criptovalute ora che la corsa dell’oro si è bruscamente arrestata. L’idea, ventilata da alcuni strategist, è che i fondi speculativi che hanno cavalcato l’oro e l’argento come copertura contro la svalutazione possano ora riorientarsi verso Bitcoin e affini, giudicati “rimasti indietro” nell’ultimo rally.
In effetti, durante l’impennata dei metalli di gennaio, Bitcoin era rimasto insolitamente sotto-tono, non partecipando all’ultima gamba euforica del debasement trade, il che significa, secondo alcuni, meno eccessi accumulati sul mercato crypto e dunque potenziale di recupero qualora quel denaro caldo cerchi una nuova casa. I due mercati, metalli preziosi e criptovalute, sembrano per il momento viaggiare su binari separati: la liquidità uscita dall’oro non è (ancora) entrata nel Bitcoin, probabilmente perché il sentiment complessivo resta orientato al risk-off.
Molti investitori istituzionali, inoltre, potrebbero attendere un segnale regolamentare chiaro prima di aumentare significativamente l’esposizione alle criptovalute. Proprio a tal proposito c’è grandissima attesa per il “Clarity Act”, il disegno di legge in discussione al Congresso USA che punta a fornire finalmente un quadro normativo definito per il settore cripto. Se approvato, questo provvedimento introdurrebbe criteri certi per stabilire se un token è una security o una commodity, chiarendo le competenze dei vari enti regolatori e fornendo quell’ambita certezza legale che il settore chiede da anni. Gli osservatori ritengono che una legge ben congegnata potrebbe rappresentare una svolta epocale per l’ingresso di capitale istituzionale “serio” nelle criptovalute, eliminando molte ambiguità che finora hanno frenato banche, fondi e assicurazioni dall’allocare risorse significative in questo ambito.
Non a caso, l’industria cripto sta facendo lobby intensa a Washington da tempo: la Camera USA ha già approvato a luglio la sua versione del Clarity Act, e il Senato sta limando gli ultimi dettagli, anche se non senza intoppi (il CEO di Coinbase Brian Armstrong ha espresso riserve, costringendo a un rinvio temporaneo del voto in commissione a metà gennaio). Il clima, comunque, è di cauto ottimismo: la convergenza politica sul bisogno di regole c’è, e l’amministrazione Trump si è detta favorevole a norme pro-innovazione.
Trimestrali
Taiwan Semiconductor
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EPS: 3.14$ vs 2.84$ attesi
Fatturato: 33.73B$ vs 32.67B$ atteso
AI boom confermato, fiducia “a colpi di capex”
Trimestrale che rafforza la narrativa: domanda AI ancora molto solida, capacità di execution intatta e visibilità in miglioramento. Il mercato l’ha letta come una conferma che la spesa su data center e acceleratori non è un fuoco di paglia, e che la filiera semiconduttori resta un “collo di bottiglia” strategico.
La vera notizia è l’intensità degli investimenti
Il punto chiave non sono i numeri in sé, ma il messaggio: capex 2026 in area $52-56B e outlook di crescita molto robusto. Direzionalmente è bullish per l’ecosistema AI, ma aumenta anche l’asticella: con queste cifre, qualunque segnale di normalizzazione nel 2H potrebbe pesare sul multiplo.
Netflix
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EPS: 0.56$ vs 0.55$ attesi
Fatturato: 12.05B$ vs 11.97B$ atteso
Fondamentali ok, ma “deal risk” al centro
Risultati che reggono, ma il mercato ha guardato soprattutto alla partita straordinaria: la maxi-operazione su Warner Bros. ha oscurato la lettura puramente operativa. In sostanza, la trimestrale passa in secondo piano rispetto a integrazione, rischio finanziario e disciplina sul capitale.
Guidance/utile comprimibili: spending in salita
Il market mover è stato il messaggio su profittabilità e cash: più spesa contenuti e stop ai buyback per accumulare risorse in vista dell’operazione. Direzionalmente, finché la strategia M&A domina la narrativa, il titolo resta ostaggio di execution e percezione del rischio (più che della sola crescita streaming).
Intel
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EPS: 0.15$ vs 0.08$ attesi
Fatturato: 13.70B$ vs 13.41B$ atteso
Beat “tecnico”, ma la credibilità la fa la domanda AI
La trimestrale non basta a cambiare la storia: Intel continua a inseguire sul fronte data center/AI e la distanza dai leader del settore resta il tema. Anche quando qualche metrica sorprende in positivo, il mercato torna subito su: capacità di servire domanda, roadmap e tenuta competitiva.
Outlook sotto le attese: la guidance è il colpo vero
Il catalizzatore negativo è stata la guidance (ricavi e utili del trimestre successivo sotto consensus, con EPS atteso vicino allo zero). Direzionalmente, finché la guidance rimane prudente e l’esecuzione industriale non dà segnali netti, ogni rally rischia di trasformarsi in “sell the news”.
Tesla
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EPS: 0.5$ vs 0.45$ attesi
Fatturato: 24.90B$ vs 24.78B$ atteso
Numeri migliori del temuto, ma la storia è sempre AI/robotaxi
La trimestrale ha mostrato resilienza (anche grazie a margini auto in miglioramento e contributo energy), ma il focus del mercato resta la trasformazione: Tesla non viene più valutata solo come EV, bensì come piattaforma AI/robotica con opzionalità su autonomia.
Capex esplosivo e “xAI bet”: premio di visione, rischio di execution
Il vero market mover è stata la traiettoria di investimento: capex 2026 oltre $20B e investimento da $2B in xAI, con ribadita partenza produttiva del Cybercab. Direzionalmente è bullish per chi crede nel “software + autonomia”, ma alza il rischio: più spesa oggi richiede milestone chiare domani (regolatorio, rollout, monetizzazione).
Meta Platforms
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EPS: 8.88$ vs 8.19$ attesi
Fatturato: 59.89B$ vs 58.35B$ atteso
Advertising fortissimo, AI già monetizzabile
Risultati sopra attese grazie a un ad business ancora molto potente: la lettura implicita è che l’AI non è solo costo, ma leva di targeting/prodotto che continua a sostenere la crescita. Il mercato ha premiato l’evidenza di “payoff” più visibile rispetto ad altri big tech.
Capex 2026 alzato con decisione: qui il mercato “perdona”
Il market mover è stato l’aumento aggressivo delle stime di capex (range 2026 molto più alto) legato alla spinta su “superintelligence” e infrastruttura. Direzionalmente: positiva finché l’ad engine finanzia il ciclo e i segnali di ritorno restano tangibili; se la crescita rallenta, la tolleranza verso i costi potrebbe cambiare in fretta.
Microsoft
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EPS: 4.14$ vs 3.93$ attesi
Fatturato: 81.27B$ vs 80.23B$ atteso
Earnings solidi, ma Azure è l’unica metrica che conta
Trimestrale forte a livello headline, ma il mercato ha reagito male: la narrativa è che la crescita cloud (Azure) “squeezes past” le attese e mostra vincoli di capacità proprio nel momento in cui gli investitori vogliono vedere la monetizzazione dell’AI.
AI spending sotto i riflettori: payoff atteso, pazienza in calo
Il market mover è stato il mix di capex record (per AI infra) e timori su margini/backlog concentrato. Direzionalmente: setup delicato, il mercato non contesta l’investimento bensì contesta l’asimmetria “spendo molto ora, crescita che non accelera abbastanza subito”. Servono segnali più netti su capacità, domanda e conversione a ricavi.
Apple
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EPS: 2.84$ vs 2.67$ attesi
Fatturato: 143.80B$ vs 137.47B$ atteso
Quarter record trainato da iPhone (e Cina che rimbalza)
Risultati molto forti: iPhone protagonista e Cina in recupero, con Services a record. Il mercato però non si accontenta del “great quarter”: la domanda implicita è sulla sostenibilità del ciclo e sul prossimo driver oltre l’hardware.
Guidance sopra attese, ma costi/supply e AI restano l’ombra
Il market mover è stato l’outlook di crescita ricavi 13-16% (sopra consensus), mitigato da note su costi e vincoli di fornitura (anche legati a componenti). Direzionalmente: positivo nel breve perché alza il “floor” sulle stime, ma finché l’AI strategy è percepita come in ritardo, il multiplo rischia di non espandersi quanto i numeri meriterebbero.
Calendari finanziari
Alcune delle trimestrali più attese di gennaio
Appuntamenti con Gamma nel 2026
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